Nella cultura del like-dislike la comunicazione è gara, l'espressione divenendo forma di economia: massimo risultato possibile, nella minima unità di tempo... "Top", "Pollici", emoji "lacrima" o "risata", l'immancabile "cuore" a volte anche munito di battito; l'alternativa dialettica - anzi il presupposto di una dialettica reale - sarebbe l'assenza, tradotta in uno sguardo senza reazioni digitali.
E' forse proprio il silenzio l'ultimo lembo di terra abitabile dalla complessità di esprimere - cioè del doversi esprimere, sollecitati da un primario impulso alla risposta - che si fa rumore interrogabile dall'ipotesi tendente al sanissimo dubbio, fantasia e indagine sulla personale capacità di interpellare i prossimi, vicini o lontani che siano: "Io merito reazioni?" e "Di che qualità?".
Cotanto Stige scorre tra le rive bianca e nera dei "pro" e dei "contro", in cui tender le sinapsi esercitando la fatica del ragionamento per il concedersi un achilleo tallone di vulnerabilità, magari nella possibilità che qualche domanda sopravviva per evitar che le domande si estinguano del tutto fra le eredità salvifiche degli atteggiamenti umani e con esse le possibili risposte, anche quelle che potrebbero costringerci a cambiare idea (non sia mai...) o persino ad altrimenti svilupparla.
Però il silenzio sa essere fecondo di risposte, il ritiro è ginnasio per la mente e per il corpo che la ospita e anzitutto disciplina del pensiero, ordine, focus, differenza, eresia financo al dogma dell'esserci "whatever it takes".
Negli oceanici scompigli della lotta fra opinioni - dove la ragione è performance e la conformità ne è l'esito - tutto deve rimanere oceano, disordine insoluto che è la piatta e paradossale soluzione dell'immutabil ordine, perché farlo - sia il restar muti che il mutare - equivarrebbe ad annegare in un anonimato che non riusciamo più a tollerare: quello imposto dall'algoritmo, e da un cartesiano "posto" dunque sono".
HECHIZO ♠ VP