Blog di guerriglia semiologica e resistenza culturale


"LA REALTA' E' UNA MALATTIA." Valentino Picchi


giovedì 27 novembre 2025

LA MORALE DELLA FAVOLA

Due questioni animano il dibattito nell'agorà virtuale: ricette e soluzioni parlate, anzi digitate, a proposito del quanto bello sia il morire in modo civile o brutto il vivere in modalità selvaggia.
La favola tramandata non oralmente ma catodicamente da quei "favolosi anni '60 al sapore di mare, sulle due gemelle che chiameremo "Gretel e Gretel", belle e lustrinate, le quali vollero sfuggire alle grinfie di Madre Natura anticipandone il decorso, appare stranamente collegata con quella della famigliola che a Madre Natura volle invece consegnarsi - con tanto di pericolante casetta in marzapane e senza cesso, immersa in un bosco - cui la stessa Madre presentò comunque il conto attraverso un'intossicazione fungina che solo un civilissimo ricovero in ospedale avrebbe scongiurato come fatale.
E poi morirono o vissero tutti felici e contenti? Per stabilirlo, come in ogni favola che si rispetti, c'è da fare i conti col famigerato "lupus", quello previsto "in fabula" appunto: il cattivone che si pianta in mezzo alla trama e vi complica ogni intento, lo mette alla prova, lo filtra, lo definisce, ed è una presenza fondamentale affinché la storia possa produrre una morale.
Nella strana storia di "Gretel e Gretel e della casa di marzapane", ecco apparire il più filosofico dei mostri: il Leviatano.
Dell'indole di tal creatura in molti dissero: fra questi un tale Hobbes ne descriveva il meccanico incedere per opera d'un patto fra i molti dei villaggi, basato sul timore: il pessimismo sull'umana incapacità di convivere in pace - basato sull'idea che il vicino fosse il vero "lupus" - delegherebbe l'onere dell'ordine al Leviatano e con esso il potere assoluto sulle sorti dei singoli; tal Giovan Battista - non il cugino di Gesù, ma il Vico - narrava invece d'uomini capaci di evolversi attraverso la loro stessa favola, bastando l'azzeccare il ciclo giusto: il vero delle idee e delle azioni avrebbe contribuito alla redenzione del Leviatano come potere buono.
Questo mostro - nella realtà su cui pretendiamo di esprimerci come fosse una favola, noi novelli Esopo della morale digitale - ha dei comportamenti ben strani: quanto al libero morire, il cattivone gira volentieri a largo, anzi, quasi ti incoraggia e fa il tifo per te; quanto al libero vivere no, non gli sta più bene, e viene lì a rapirti i figli.
In ogni caso, la fine della storia dipende da lui, non da te; allora la morale della favola diventa questione filosofica, materiale arduo da lavorare per l'uomo digitale che è più che altro uomo di bandiera: non è più questione di libertà per Gretel e Gretel, e nemmeno per ciò che accade nella casa di marzapane senza cesso, ma sul diritto di ogni personaggio di viversi la favola come meglio crede, assumendosene la responsabilità e divenir così persone, come fu per il famoso burattino.
La tana del Leviatano è nascosta proprio lì, sotto il confine che separa i princìpi di diritto e libertà: suicidarsi per esempio è una libertà naturale - proprio come uccidere - infatti nessuno può impedirti di farlo, quindi proclamare un "diritto al suicidio" è una sorta di "bug" nella trama della nostra moderna favola, un regalo al Leviatano di cui il mostro non sa neanche cosa farsene, se non mutarla in questione puramente estetica, legata perciò al principio di libertà, non del diritto; a lui interessa molto invece la libertà di vivere come a uno parrebbe sacro e santo, perché tale libertà lo estrometterebbe proprio dalla favola, e quindi lui ti propina il diritto, la sua mela stregata: la questione etica come diritto al cesso, all'istruzione - ma la sua -, al comfort - ma il suo -, alla sicurezza e alla socialità così come le ha decise lui, uno schema soggettivo confinato in uno schema oggettivo d'unilatera accettabilità.
Dunque da una parte la morale estetica, aperta a ogni giudizio, nella favola sulle due vecchine dal passato luccicante, che vollero morirsi insieme premendo un pulsante con tanto di festicciola d'addio; dall'altra la morale etica il cui giudizio incombe sulla famigliola che volle crearsi la sua stessa civiltà lontano dai pulsanti, o magari servirsene un poco per camparci le bestie: su tutti loro continuano comunque a brillare i grandi occhi del Leviatano... ma è per guardare meglio te, Cappuccetto Rosso.

HECHIZO ♠ VP



lunedì 7 luglio 2025

FAHRENHEIT CLUB: "La natura si difende"

Servito il lauto pasto agli sciacalli da social: eccoli i lesti danzatori del neo conformismo che ballano intorno alla carogna d'uomo - come sempre - pronti a sfamarsi di verità facili facili, immergendo il muso nelle viscere dello sprovveduto di turno, che poi è il prototipo del turista moderno, quello che davanti a un orso non resiste proprio, deve farsi la fotina... "Sorridi mamma orsa dai... cheeese!"
E mamma orsa - è già accaduto - non sorride manco per niente: lei non è mica un piatto di tagliatelle guarnito dallo chef, non è uno spritz da tramonto, non è una spiaggia tra le cosce da ostentare al mondo per dimostrare di essere felici... è natura che si difende, si difende dall'idiozia, morte sicura amici miei... a differenza dell' idiozia che non si cura affatto.
E dopo che fanno quegli altri? Sparano all'orsa, cioè al niente: alla natura che non può fare a meno di fare ciò che fa, quindi sparano a loro stessi, a un concetto per affermarne un altro... "Giustizia"? Macché: "vendetta", a casaccio.
Un suicidio filosofico questo, che segue a quello involontario dell'andare a rompere le palle a un'orsa con tanto di orsacchiotti al seguito.
Eh ma ora te lo stanno dicendo tutti, povero scemo! Hai avuto ciò che ti meritavi! Non era Winnie Pooh quello là! Ma pensa te, ci meritiamo proprio l'estinzione!
Ma tanto tu - per ora tu e basta - ormai ti sei già estinto: non puoi ascoltarli, non puoi leggerli questi preti "force of nature", questi paladini dell'istinto animale che ti insultano... chissà se avrebbero avuto il coraggio di dirtelo in faccia, da vivo, caro il mio esemplare d'uomo imprudente, giustamente anzi naturalmente morto ammazzato.
Cosa vuoi che conti chi tu fossi? Cosa conta chi ti ha amato, se e quali i tuoi di cuccioli rimasti orfani, i tuoi amici e le tue opere prima di quella cazzata? Non meriti pietà! E chissà quanti analoghi quesiti pendono su tutti gli esperti alpinisti traditi dalla neve o dal vuoto, sugli abili marinai morti di tempesta, o sui piloti d'aeroplano condannati dalla gravità per un errore, per fatalità, per stupidità, per aver osato interpellare la natura nel momento sbagliato: che la natura non è fatta certo di soli orsi.
E infatti oltre che di orsi, gravità, tempesta e caso, la natura è fatta pure di imbecilli, sì ha previsto pure quelli in modo che la specie possa specchiarsi, per evolversi: non solo dunque lo sprovveduto che vuole farsi il selfie con l'orso ma anche il suo simmetrico, chi lo giudica e lo condanna da una tastiera, la stessa che usa per pubblicare un selfie col tramonto riflesso nell'aperitivo, il telefono messo in un certo modo, la boccuccia, le "good vibes" del cazzo... la differenza è l'orso, l'idiozia è la stessa.
Amico, augurati che in quel fatidico giorno non ci sia nessuno a giudicare il modo in cui sei morto, si tratti d'orsi o Lamborghini lanciate in autostrada, che tu sia un motociclista anonimo o un famoso calciatore ne andrà comunque della tua reputazione e non potrai rispondere, giustificarti, chiedere rispetto o almeno un po' di pietà, perché sarai morto stecchito con buona pace di tutta la fatica che hai fatto per farci capire sui social quanto eri figo e fortunato: di te resteranno post e commenti, incrocia le dita.
Ricorda soprattutto, prima di scrivere, che la natura si difende anche da te, ogni giorno, ogni minuto, ogni volta che accendi la luce, che carichi lo smartphone, che metti in moto l'auto, che strisci il bancomat... e poi qui al Fahrenheit Club, è pieno di orsi incazzati che ti osservano.


MONTAG 🔥


venerdì 6 giugno 2025

FAHRENHEIT CLUB: "Altrimenti."

Altrimenti non si spiegherebbe perché - nonostante nessuno (o quasi) di coloro che compongono quella cosa che usate chiamare "popolo" voglia che continui lo sterminio di Gaza - il Governo continui passivamente a tollerarlo o a giustificarlo, e certi cazzoni a disquisire di "genocidio" o "non-genocidio" come a discutere di un diritto di precedenza per chi veniva da... destra.
Altrimenti non si spiegherebbe il sostegno delle armi all'Ucraina, nonostante il "popolo" di cui sopra (o quasi tutto) non lo voglia e neanche... ops... la Coastituzioneaah, sì quella, la "più bella del mondo" no?
Altrimenti non si sarebbe spiegata quella roba decisamente fascista del "green-pass" (a proposito, tu già dimentico eh? Amico progressaro berlinguo-togliattiano che invochi lo "jus soli" ma non volevi nessuno nel tuo fottuto baretto...) nonostante la Costituzione.
Altrimenti non si spiegherebbe tutta una fitta quantità di leggi, leggine, decreti, indirizzi politici "contra constitutionem" - sempre Lei sì, la "benigna pulcherrima" - che la storia repubblicana ci ha generosamente offerto da sinistra, destra, centro e centro un po' di qua e un po' di là, con la complicità di parlamenti e Presidenti firmatutto.
Altrimenti... ma altrimenti cosa? Altrimenti non si spiegherebbe perché se quella grande mistificazione che chiamiamo "democrazia" mi offrisse la seria possibilità di decidere qualcosa, io dovrei partecipare a queste cerimonie statistiche, i "referendum", utili soltanto all'utilità, prive di effetti reali riconducibili alla mia "X": "Sì" o "No", nessun "altrimenti" e vedi di rispondere bene!
Alternative? Sfumature? Nain, no, niet, nada: zitto e vota, Montag... fai pure il difficile? E guarda che è proprio la "democrazia" che tu sottovaluti, quella che ti sta consentendo di dire ciò che stai dicendo!
Oh ma grazie... guarda, me la segno questa, anzi me la tatuo come un numero... come si faceva una volta, ricordi? Memento.
Poi però tu liberami dalla tua retorica e vattene al seggio, specie se sei uno di quei vippetti che fanno gli appelli al voto sui social: non conti un cazzo amico, è lo spettacolo che ha scelto te non il contrario, pensa ai tuoi followers...
Vai a votare, non te lo sto consigliando, né chiedendo, né imponendo: te lo sto consentendo, che sono democratico davvero io... basta che non mi rompi i coglioni, altrimenti...
Altrimenti passa al Club, che ti racconto due cosette.


MONTAG 🔥

sabato 15 febbraio 2025

RITORNO ALLA PUPILLA


Il nostro esserci è anche la narrazione della nostra stessa esistenza. Il discorso sulla nostra vita, il flusso narrativo in cui siamo immersi - dal momento in cui diventiamo capaci di auto-osservarci e interpretarci - viene costantemente parodiato nel riflesso di una narrazione parallela: lo "show". Dalle ritualità più antiche, dal teatro greco fino alla televisione e ai social-media, l'uomo assiste alla messa in scena dei suoi infiniti mondi, proiettati sui costumi di cerimoniali religiosi, politici e dell' intrattenimento.

In quella che consideriamo la nostra modernità in particolare, il confine tra il reale e la sua rappresentazione è andato via via assottigliandosi fin quasi a scomparire: la vita ha come rinunciato a essere creatrice di sé e dunque dell'evento, bensì è l'evento a produrre vita, la narrazione non sgorga più dal soggetto ma dall'oggetto osservato e incaricato.

Il momento dello spettacolo diviene affermazione dell'apparenza che istituisce il vero, di cui il falso costituisce testata d'angolo: quanta storia, quanta legge, quanta vita è scaturita da quella partita di calcio, da quel telegiornale, da quel film, da quella scena passata sullo schermo?

Vige in te la convinzione di partecipare allo spettacolo, ma in realtà è lui che ti utilizza per contribuire alla produzione del vero, alla produzione di te per far vivere se stesso: è lui che ti partecipa.

Veniamo sì travolti da un fiume poderoso e strabordante rispetto alla nostra capacità di opporre il nostro vero sulla scena, giacché della scena abbiamo smarrito la via: essa passa dentro casa nostra e per le nostre mani, ci espropria del segreto senza chiedere il permesso, o con un "buonasera" al massimo.

Noi stessi diventiamo parti di quel falso, falso perché non ha niente a che fare con noi: ci facciamo sparpagliare, è l'uomo generalizzato, disintegrato come uno tra i diversi ingredienti nel frullatore della realtà, che si trova ricomposto in altro cibo.

Intoniamo e sbandieriamo opinioni non richieste fra gli estremi opposti della polarizzazione dialettica: sanremo sì-sanremo no, il calciatore si inginocchia contro il buh-buh-buh, il vestito del cantante distrae dalla sua voce, scorre il personaggio gender-fluid nella serie tv, la modella calva normalizza il cancro... quasi lo fa bello... ma già ci siamo dentro: non realizziamo la scena, è lei che ci realizza.

Di contro, l'uomo che risale al suo particolare, alla "reconquista" della sua mitologia personale - hasta siempre! - riesce a veder da fuori, emancipato dalla scena ricorda corpo a corpo in agorà, i suoi di lui, gli agoni fra narrazioni forti e narrazioni deboli, l'odore del sangue che è quello della storia.

Padrone del suo tempo, l'uomo senza spettacolo non subisce pause pubblicitarie e pop-up invasivi: il suo guardo non ha schermo e sponsor che lo garantisca, non teme censura che poi è censura sull'argomento imposto dallo spettacolo stesso.

Via dalla telecamera, tornare alla pupilla: realtà contro reality, la scena in strada piuttosto che la strada in scena da romanzo criminale ove il crimine è la dittatura della banalizzazione sia del male che del bene.

Fuori da ogni suggestione lo show che conta è solo il tuo: lo spettacolo sei tu, ed è anche gratis.


HECHIZO ♠ VP


 



sabato 17 agosto 2024

LA DELEGA DELLA PERCEZIONE

Il “caldo percepito”, da qualche anno viene adottato questo nuovo parametro per misurare il nostro rapporto col clima estivo.
Presupposto ineludibile del caldo “percepito” non può che essere il caldo “effettivo” – entrambi misurati in gradi Celsius – in una circolarità logica dove un fattore dà modo di esistere e attribuisce senso all’altro: non può esserci un caldo percepito che abbia un senso autonomo senza un caldo “ufficiale" di riferimento e, viceversa, senza l’introduzione di un caldo “nuovo” – com’era fino a qualche anno fa – nessuno si porrebbe il problema dell'esistenza di un caldo “assoluto” che sarebbe quello "vero" e unico per tutti.
Ma qual è il caldo che, sostanzialmente, più meriterebbe di esser preso in considerazione?
Il fatto che i bollettini meteo indichino una certa temperatura in un dato momento della giornata incidono sulla percezione che ognuno di noi può averne? Certo che sì, in base alle nostre condizioni ambientali e psico-fisiche: è dunque la nostra percezione soggettiva a stabilire il modo in cui, appunto, il nostro corpo e la nostra mente interpretano il valore di quel dato; d'altronde un chilometro da percorrere a piedi non è lo stesso chilometro per un ventenne e per un settantenne o ancora per un ventenne costretto su una sedia a rotelle: ognuno di loro – sebbene tutti ragionino in metri – percepirà quel chilometro in modo diverso e sarà quello il valore esperienziale assoluto, uno per ogni individuo.
Dal punto di vista contestuale poi, 35° gradi in spiaggia non sono gli stessi che su una strada asfaltata, 40° non hanno lo stesso significato se registrati in Norvegia o nel Sahara, cento metri in discesa sono diversi da cento metri in salita ecc.
Il campo di indagine non è dunque l’unità di misura o l’attributo che la qualifica, “reale” o “percepito” che sia, poiché entrambi in tal senso – cioè nel guscio dell’esperienza personale – non esistono.
Pretendere allora di attribuire un valore assoluto per tutti, come si pretende con la temperatura “percepita”, a un qualcosa che viene prodotto da una serie di concause soggettive e circostanziali – oltretutto basato su un presupposto contestualmente relativo come la temperatura “effettiva” – significa invadere il campo della percezione, e di percezioni ne esistono tante quanti sono gli uomini e le bestie… a meno che gli uomini, e non certo le bestie, abbiano realizzato l’uso di demandare a un’ acefala semantica parascientifica il compito di conferire attributi e valore a ciò che prima veniva qualificato dai sensi, dalla psiche e dall’esperienza di ognuno (certo è Agosto per tutti, e neanche per tutti, ma ognuno ha il "suo" Agosto): una sorta di delega delle proprie percezioni, effettiva quanto… affatto percepita.
Esiste poi una meteorologia dell'essere, chiamiamola "culturale", per cui tale delega percettiva assume ad oggetto altri elementi come il senso del pericolo e la sicurezza, il bello e il brutto, il giusto e l'ingiusto, l'inclusivo e l'esclusivo oppure, forte di questi tempi, il maschile e il femminile.
La percezione, strappata alla semantica personale, diviene così una semamtica di mercato soggetta alle sue oscillazioni e soprattutto alle sue previsioni: ad oggi il meteo della tangibilità ne prevede un'ampia desertificazione, prospettiva succulenta questa per gli avveduti costruttori del gusto e della misura, per una nuova e fruttuosa edificazione di ciò che noi saremo portati a riconoscere, abitare e percepire come "la nostra cultura".

HECHIZO ♠ VP

martedì 19 settembre 2023

LA PRASSI COME ATTIVITÀ SIMBOLICA

Ci troviamo costantemente in una fase di sbarco: quello presso le sacre sponde del "simbolico"; prendi la tua strana attualità, non la veramente tua ma quella che ti hanno somministrato: un virus simbolicamente (più che fattivamente) letale, dal quale proteggersi con misure simbolicamente (più che fattivamente) efficaci; una nazione, la Russia, simbolicamente (più che fattivamente) isolata affronta un simbolico (più che fattivo) default economico...
Il potere non dei simboli in sé, ma del simbolico in quanto attività, non risiede semplicemente nella produzione di significati quanto nella sua permeabilità, ossia la capacità di contaminare la prassi (come succede per esempio nelle religioni).
Il linguaggio in quanto generatore di realtà, da par suo, è sempre simbolico quali che siano le attualità: dalla svastica alla bandierina arcobaleno,  dai colori della squadra del cuore agli asterischi, la scritta "Ansa" piuttosto che "Lercio" su un articolo in internet fino ai segni più intimi e personali come tic verbali, tatuaggi, vestiario, gestualità ecc. insomma la matassa intera dei significanti da cui siamo costantemente avvolti - inclusi quelli che noi stessi produciamo - nel suo sbrogliarsi si risolve sempre in un Significato (sì, con la lettera simbolicamente maiuscola): a noi è la sfida di venirne a capo e poi decidere, stabilendo la forza della sua forza prima che - nel suo continuo stratificarsi - il simbolico non si consolidi in "cultura" e divenga perciò confondibile con "la verità" e la sua Forza (sì, con la lettera simbolicamente maiuscola).
È dunque battaglia "culturale" quella in cui alle verità simboliche piovuteci addosso da chissà dove, opponiamo la prassi a sua volta come simbolo riappropriandoci del nostro linguaggio - e traendoci così fuori dall'inganno che quelle "verità" ci siano piovute "da dentro" a mezzo di una elaborazione consapevole - o più precisamente dei meccanismi che presiedono al nostro ascolto per la sua capacità di produrre attività simbolica: avremo "la verità" (sì, con la lettera simbolicamente minuscola) come nemico, però avremo dalla nostra parte il più potente degli alleati: la Realtà (sì, con la lettera simbolicamente maiuscola).

HECHIZO  VP

mercoledì 13 settembre 2023

LA LIBERTÀ DI MOVIMENTO NELLA CIVILTÀ DEI CODICI

 
Bar, ristoranti, teatri cinema, banche, stadi, aeroporti, tavoli, menù, biglietti vari: non vi sono più "spazi" che non siano mediati da qualche sorta di codice. 
Non esistono luoghi e specialmente corpi franchi dalla legalizzazione degli accessi, o meglio dalla trasformazione d'ogni movimento in un "accesso": ovunque si scansiona o si viene scansionati, con la facile previsione che un domani tal "ovunque" si allarghi a dismisura, fino all' impensabile. L'ubiquità è la forza della scansione: si rende immune da giudizio omologando e conformando il "dove" al "come" fino a renderlo impalpabile e, poco alla volta, accettato.
Intesa la libertà di movimento non più come libertà in uno spazio ma come spazio essa stessa e reso tale spazio iper-normato, esso emerge come ambiente segnico che nella sua versione simbolica diviene ambiente educativo, perfettamente adatto a un paradigma "correzionista".
Ciò che va davvero compreso è che esso, ad ogni occasione, costituisce la transustanziazione di un ostacolo dal piano del simbolico a quello fisico, una barriera, un punto d'accesso a cose e luoghi prima né chiusi né aperti in quanto ideale appendice del proprio potere significante: l'intenzione di raggiungerli. E basta.
Il ricongiungimento tra l'azione e la sua meta trova qualificazione attraverso una legittimazione esterna per cui la chiave del significato non è più nello spirito del gesto il quale si dissolve nel reticolo burocratico tessuto da un apparato impersonale che lo qualifica.
La chiave è l'uomo e in particolare la sua impronta: il prodotto più ambito.
Dove c'è un prodotto esiste un mercato, fatto di oggetti e soggetti coinvolti in qualche gioco di profitto dove le leggi di natura - articolo uno: "pesce grande mangia pesce piccolo" - vigono sublimate in leggi e normative che calano dal vertice della piramide metalimentare verso il basso, e vi arrivano come prodotto "offerto" e già confezionato piuttosto che come merce civile di cui si è naturali produttori "dal basso" e dunque padroni di stabilirne eventualmente il prezzo di scambio ma soprattutto la disponibilità.
La manifestazione di tale disponibilità non può che risiedere nella inalienabile facoltà di creare o ricreare lo spazio in quanto spazio proprio: dar forma alla propria "casa" come estensione del sé ed essa stessa dunque come codice di abitabilità del genio e dell'intenzione, per fondare le basi - espressive prima e civili poi -  di una ritrovata libertà non "di", non "del", ma "nel" movimento stesso: il potere di muoversi sùbito, non subìto.

HECHIZO  VP